Il Natale di una volta… A Campo di Giove

Il Natale di una volta… A Campo di Giove

di Marco Del Mastro

Il santo Natale si avvicina, ogni famiglia in paese si prepara a celebrare la ricorrenza tenendo ben presenti e rispettando tutte le tradizioni che con devozione gli antichi padri hanno trasmesso fin dai tempi antichi. In paese i comignoli sbuffano, il freddo è pungente.

Passeggiando tra le silenziose vie del paese – specialmente quelle interne del borgo antico – sembra davvero di essere a Betlemme, si percepisce una certa atmosfera che ahimè con la modernità si è a dir poco attutita, piccole case ammassate l’una sull’altra, e a fare da cornice la luce calda e fioca dei lampioni con la poca neve caduta nei giorni scorsi a rendere il tutto ancor più suggestivo.

In tutte le famiglie ed in special modo quelle dove vi sono gli anziani, sono molti gli usi e le tradizioni legate al Natale rimaste immutate.

Arde il fuoco nella stufa, si è già provveduto a comprare il pesce da preparare per la cena della Vigilia.
Anguilla, capitone, scarola e baccalà si uniranno in un unico rito e danzeranno tra le mani della nonna. Già è pronto il piatto di farina di mais sul lavandino per procedere alla pulitura del capitone e dell’anguilla. Il baccalà è messo in ammollo per togliere il sale. La verza è già lavata per essere lessata. Merluzzi e calamari sono già stati tuffati nella farina di grano tenero per procedere alla frittura.

In casa si espande l’odore ed il calore unito all’amore e alla cura con cui si procede alla preparazione delle pietanze che, per tradizione devono essere sette, numero che indica la mediazione tra umano e divino in questa notte santa.

Durante la preparazione della tavola imbandita con bicchieri e piatti lucenti, insomma, quelli delle feste, la nonna sembra essere tornata indietro nel tempo, inizia a raccontare di quando, in tempo di povertà le famiglie campogiovesi onoravano il Natale. In quel giorno, e solo in quel giorno, gli anziani della casa dispensavano qualche lira per l’acquisto di un litro di olio d’oliva che doveva bastare per tutto l’anno ed una bottiglia di vino per chi se la poteva permettere.

Si onorava il Natale con piatti poveri, non troppo elaborati, nella notte della Vigilia finita la cena, il buon padre di famiglia consegnava ad ogni figlio un sacchetto di frutta secca per augurare appunto il buon Natale e ognuno filava nel suo letto.

Doveva esserci sempre un piatto in più rispetto alle persone che prendevano parte alla cena, quel piatto non si buttava ma a notte fonda veniva bruciato nel camino: tradizione vuole: “va per l’anima dei morti”.

Forse il Natale si viveva in modo più povero e semplice con amore e condivisione tra tutti. La semplicità e la condivisione sono gli elementi fondanti per vivere il vero Natale.

Oggi possiamo dire la stessa cosa? Si vive davvero allo stesso modo?