Campo di Giove è nome antichissimo, di origine sacra o miliare(1), o di ambedue i termini. Quasi certo una “stazione” di PRIMITIVI sulla strada che attraversa la falda della Maiella occidentale, strada famosa, ove, secondo Tito Livio, passò e ripassò Annibale nel 217 e 211 a.C. all’andare e tornare da Roma. Qui passò Hughues de Vermandois con i suoi soldati, che si recava in Terrasanta per la Prima Crociata (1096-1099)(2), come indirettamente attesta il geografo arabo Edrisi, dando pittoreschi nomi ai posti, quando scrive che la suddetta colonna di armati passò per Balanah (Palena)… e Bagianbru (Pacentro). La zona di Campo di Giove è stata sempre più o meno popolata. Si rinvengono facilmente tracce di vita in più posti. Nel paleolitico si ha “l’Uomo della Maiella” che vive nelle famose grotte maiellane; poi, nell’età neolitica, il “pago” sul laghetto del Tescino, nei cui pressi si trova anche oggi il sasso scheggiato. Dopo che la pianura divenne abitabile, è da supporre che vi siano stati degli spostamenti di “anime” tra la montagna e la pianura. Nell’età del ferro i “pagi” di Pian de’ Tòfani, dell’Ara e di Guado di Coccia (3) che durato per tutta l’età italica e romana, son formati da una popolazione di primitivi fusi con sangue italico e poi romano. Sono pastori che vivono fra i pascoli profumati, l’aria libera e l’acqua abbondante e fresca delle sorgenti maiellane; passano la stagione rigida in pianura, in Puglia o nella campagna romana o anche, secondo il Torcia, in Maremma (4). Verso il 300 a.C., all’inizio di Via di Coccia (fra l’Ara e il Tescino), sorse un Tempietto dedicato al padre degli Dei, la cui origine si perde nell’alone della leggenda. Già dopo aspra tenzone fra i Peligni e Romani – ci ha tramandato la leggenda – i Peligni cantavano vittoria, quando un tremendo temporale capovolse le sorti della battaglia, e i romani, in segno di riconoscenza per la vittoria dovuta alla pioggia, innalzarono un tempietto a Giove, proprio dov’è ora la chiesa di S. Eustachio. Certo è che tutta la zona, adatta per campo (accampamento) militare estivo (non dimenticare che nel 300 a.C. siamo nell’ardente pausa tra la II e III Guerra sannitica), fu chiamata Campus Jovis. Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, anche la montagna risente la calata dei barbari; i pagi son troppo vicini alla Via Numicia, e scompaiono. Le vie della trasmigrazione ovina non sono più sicure; e diminuiscono anche le greggi. I pastori preferiscono ai pagi, gruppi di capanne mobili fra i prati, ove pascolano non più le forti greggi transumanti, ma le poche pecore stanziali rimaste per il necessario sostentamento della vita.

I Barbari

non danno requie. In ordine di tempo, scorazzano per l’Italia le grosse torme dei Goti (410), dei Vandali (455), dei Longobardi (575), dei Franchi (800), dei Saraceni (835) e, lungo i secoli IX e X degli Ungari e dei Normanni. Le popolazioni, in preda alla disperazione, quando non scappavano terrorizzate in montagna, ritrovavano a lampi l’antica virtù italica, come quando nel 937 i Peligni e i Marsi collegati, sorpresero una colonna di Ungari che passavano carichi di bottino, in una delle gole dei nostri monti, e l’annientarono (5). Dunque dal sec. VI al sec. X casette e capanne sull’altopiano del Campo di Giove, dovettero essere rifugio dei pochi nativi e dei molti fuggitivi e dispersi. Solo nel 934 i monaci di S. Vincenzo al Volturno, dopo aver forse costruito, nella landa deserta della montagna, San Nicolò di Coccia, scendono dal Guado di Coccia nel sottostante altopiano, e i pastori sparsi alle falde della Maiella furono raccolti e sistemati dai monaci nella parte antica dell’attuale abitato di Campo di Giove, che, come si vede ancora oggi, è un colle erto e scosceso. E fu cinto di mura. Da un’antica pianta del 1584 si rileva che il paese era limitato soltanto alle case occupanti la collina (6). “Venuti i tempi dell’invasione de’Saraceni, siccome è universale consiglio, gli uomini si assembravano intorno a’…Monasteri, vi si afforzavano per non cadere in mano dei barbari, e i monasteri divennero Castella e paesi”(7). Il Contado Valvense fu, nel sec. IX, tra i più danneggiati dalle incursioni saracene, che arrivavano – oltre la consueta rapina – alla strage e al fuoco. Dopo le sanguinose irruzioni si accese, specie fra le Istituzioni Religiose, la nobile gara di costruire Castelli muniti di mura e rocche di ricovero dei raminghi vassalli, e a salvaguardia di scorribande. Quindi l’obiettivo dei monaci scesi dal Guado di Coccia fu quello di raccogliere in un Castello (podium), gli sparsi nuclei che vivevano alle falde della Maiella. Il Castello – che era già cinto di mura – fu poi munito di torri e difese da Giacomo Caldora nel 1421, e quindi da podium divenne Castrum. Qui ebbe origine, a un passo dal vecchio tempio di Giove Larene, la nuova comunità cristiana, a cui i monaci volturnesi insegnavano i doveri religiosi e civili. I primi abitanti di Campo di Giove sono un incrocio di sangue: primitivo-peligno-romano-longobardo. Che vi sia anche sangue longobardo lo dimostra la storia civile, perchè essi (568-775) con le loro armi, le famiglie, il bestiame, l’arredamento, il bottino preferivano spargersi fra i nostri monti (8). Ma è chiaro anche dalla storia religiosa. Infatti il culto di San Michele (S. Angelo) lo portarono a noi i longobardi convertiti (re Agilulfo si convertì nel 591 al Cattolicesimo). La chiesa di S. Angelo in Cansano, elencata nella Bolla di Papa Lucio III (1183)(9), sta appunto a testimoniare una colonia longobarda nelle nostre parti.

Nel XII sec.

Il territorio di Campo di Giove, divenne un feudo di 24 famiglie(10). Che vi sia anche sangue longobardo lo dimostra la storia civile, perchè essi (568-775) con le loro armi, le famiglie, il bestiame, l’arredamento, il bottino preferivano spargersi fra i nostri monti (8). Ma è chiaro anche dalla storia religiosa. Infatti il culto di San Michele (S. Angelo) lo portarono a noi i longobardi convertiti (re Agilulfo si convertì nel 591 al Cattolicesimo). La chiesa di S. Angelo in Cansano, elencata nella Bolla di Papa Lucio III (1183)(9), sta appunto a testimoniare una colonia longobarda nelle nostre parti. Il territorio di Campo di Giove, divenne un feudo di 24 famiglie(10). Si ha l’impressione che i monaci, scendendo dal Guado, abbiano trovato più persone di quante poi ne lasceranno. Certo istradarono altrove i profughi e i superflui. Le 24 famiglie che restano, prendono pian piano i connotati di homini valvenses:”anime” di una “villa” ordinata, serena, religiosa. Questi homini valvensesraccolti nel Castello, e da esso protetti, formano un feudo che rende annualmente 20 once, e quindi è tassato con un soldato a cavallo (milite) e due serventi (scudieri o fanti). Ma il Castello offre il doppio (2 militi e 4 scudieri) per la Prima Crociata in Terrasanta. Oddone Signore di Pettorano, a cui evidentemente era stato ceduto il Feudo dei Volturnesi, lo vende ai Cassinesi nel 1073. Nell’anno 1136 Manerio di Bernardo (1136-1141), Conte di Palena, fece una donazione a S. Nicolò di Coccia, sperone della Maiella a ovest di Palena, e fra i testi vi fu anche un Odorisio di Campo di Giove. Infatti nel rescritto di citato dall’Antinori (11), fra i 7 testimoni, il quarto è: “E. (ego) Odorisius Presbiter qui fui de Campo Jovis sign. cr. f.”. E’ la prima volta, per quanto se ne sappia, che il nome di un terrazzano di Campo di Giove viene citato in un documento. E’ il 14 gennaio 1136. Commenta l’Antinori: “Non si sa se egli da Campo di Giove fosse andato prete, forse parroco in Palena, o forse con quella maniera si volle spiegare che era stato parroco in Campo di Giove”. Naturalmente nel 1136 Campo di Giove era un Comune rurale con un Castello non fortificato. LA CHIESA DI S.ANTONINO con l’annesso Monastero (grancia) Dove? Appunto all’inizio dei faggeti che salgono verso Monte Amaro, nella contrada che ancora oggi conserva il nome di S.Antonino, in agro di Campo di Giove, presso freschissima sorgente (m. 1530 s.m.).

Il Convento di Sant’Antonino

Ora v’è restata solo la sorgente, ma la grancia di S. Antonino si inserì con vigore nella vita del suo tempo: il 23 nov. ind. ne XII s’è trovata citazione del Capitolo di Sulmona ad instar di Bartolomeo di Campo di Giove contro l’arciprete di detta terra a pagare l’annuo canone di carlini DUE per la chiesa di Sant’Antonino (12). E, come uno dei tanti Castelli medioevali, dal Convento di “Sant’Antolino”, si comunicava con la vallata di Sulmona e dei paesi sovrastanti, come Prezza, a mezzo di segnali luminosi. Quando fu fondato? Nella bolla di Gregorio X che il 21 marzo 1274 conferma l’Ordine, è elencato S. Antonino in Campo di Giove fra i SEDICI conventi che Fra Pietro del Morrone (Celestino V) aveva fino allora edificato. Afferma sbagliando il Pugliese (13) che S. Antonino fu ceduto ai Benedettini di Pulsano nel 1255. Tale cessione avvenne nel 1285, e fu confermata da Fra Pietro (14). Se però il Convento di S. Antonino esisteva già nel 1255, dovette essere costruito probabilmente anche entro i tre anni (1246-49) che fra Pietro dimorò a S.Spirito a Maiella, come un rifugio del Santo per allontanarsi dalle folle che non gli davano requie, e poter così a tutt’agio seguire – almeno ad tempus – la sua vocazione di vita eremitica. Ma con più probabilità S. Antonino sarà stato edificato durante il decennio 1264-1274, e cioè dopo che Urbano IV il 1° ottobre del 1264 approvò l’Ordine. Il 6 nov. 1285 il convento di S. Antonino fu permutato. L’Abate di S. Maria in Pulsano sul Monte Gargano cedeva ai celestini S. Pietro di Vallebona in Manoppello, e i Celestini cedvano all’Abate di Pulsano S.Antonino in Campo di Giove. Forse perchè i pastori di Campo di Giove erano familiari sul Gargano, dove portavano le pecore transumanti. Certo è che in questo romitorio di S. Antonino han vissuto la loro vita in comune monaci celestini, fra il silenzio rotto soltanto dal canto degli uccelli e il murmure della vicina sorgente. E fu un convento non molto ampio, appunto una “grancia”, ma tanto venerato da arrivare, in pochi anni, a CENTO once d’oro. Ora vicino alla sorgente che getta sempre acqua freschissima, è restato solo – si e no – qualche sbrendolo delle antiche mura, ma l’incantevole posto è lambito dalla nuova strada panoramica di Macchie di Secina che lo riscoperto e aperto al turismo, come uno dei posti più suggestivi della Maiella occidentale. I CALDORA E I CANTELMO Durante la dominazione angioina (1266-1422) Campo di Giove è posseduto in un primo tempo dai Baroni di Bifero (Luca e i nipoti Tommaso e Andrea), come chiaramente risulta dalla “mostra” del 1279 (15).

Durante il Feudalesimo

Nel 1294 invece è barone del Feudo Bartolomeo Galgano che il 3 agosto 1294 fu deputato da Carlo II detto lo Zoppo a dare il possesso del Castello di Pratola al Monastero di S. Spirito del Morrone (era stato eletto papa Fra Pietro Celestino il 5 luglio del m.a. nel Conclave di Perugia): Campo di Giove cambia ancora barone nel 1316, nel quale anno è posseduto dai baroni di Colledimacine Ruggero e nipoti Corrado e Andrea di Bifero (o Bifulco). E’ in questo torno di tempo la rivolta contro i baroni, e mentre Cansano, estromessi i suoi, cade, dal 1326 al 1439, sotto i Cantelmo di Popoli, Campo di Giove viene donato da re Carlo II d’Angiò al Barone Bartolomeo Piscitello che vi restò fino alla morte (1334), e poi passò per successione ai suoi eredi che lo tennero fin verso la fine del 1300. Dopo di loro i nuovi feudatari di Campo di Giove (il barone De Capite di Sulmona, la Baronessa Luczinardo, ecc.) debbono fare i conti non solo con i Caldora (angioini), ma anche con i Cantelmo (aragonesi). Infatti nel 1383 Campo di Giove è sotto Giacomo Cantelmo che, nelle frequenti sommosse contro Re Carlo III, si ritirava con i suoi tre figli maschi nei suoi feudi or di Pacentro, or di Campo di Giove, or di Pettorano, or di Prezza, a secondo del bisogno, per sfuggire all’arresto, a da quei feudi i figli, uscendo precipitosamente, scorreano i campi sulmonesi, danneggiando, rapinando, uccidendo (16). Invano gli abitanti di Sulmona il 12 settembre reclamarono al re. In una sommossa contro Carlo III (il Piccolo) e implicato anche un abate di Cansano, Fra Angelo, al quale il re toglie tutti i beni feudali ammontanti a un reddito di 4 once “…bona feudalia que Abbas Angelus de Canzano, rebellis noster notorius, tenet in Castro Canzani et districtu”(17). Durante il dominio del ramo durazzesco degli angioini (1381-1435), fu notevole la lotta fra angioini e aragonesi per il possesso di Campo di Giove e di Pacentro. (18) Questi feudi erano dote di Rita Cantelmo. La Regina Giovanna II tolse a Giacomo Caldora, marito di Rita, per ribellione, la Terra di Campo di Giove e la diede a Francesco Cantelmo Conte di Popoli, che vendette Campo di Giove a suo fratello Antonio. Però appena che Jacopo Caldora si rappacificò con la Regina, reclamò di nuovo Campo di Giove. Di qui interminabili liti che erano ancora in piedi nel 1417. In ogni modo nel 1421 Campo di Giove era posseduto dai Caldora. Anzi il 1421 fu l’anno in cui Giacomo Caldora fortificò il Castello di Campo di Giove, e fu appunto in tale anno che il Castello si cominciò a chiamareCastrum Jovis oCastrum Campi Jovis IL SACCO La guerra per cui nel 1425 la “Fortezza” di Campo di Giove subì il “sacco” – dopo un assedio di tre giorni – ha due capitani: Braccio da Montone,

Tra i Caldora e i Cantelmo

capitano di ventura, e Giacomo Caldora, il “Gran Capitano”, Signore di Campo di Giove, il quale mai s’era voluto chiamare Conte. Diceva: o Duca o Principe. Perchè Braccio da Montone andò contro Giacomo Caldora in Campo di Giove? Braccio da Montone combatteva per la Regina Giovanna II e per il suo adottato Alfonso d’Aragona; e Giacomo Caldora combatteva per Renato d’Angiò, parente della Regina, ma contro di lei, perchè essa aveva adottato l’aragonese. Nel 1420 Braccio inseguiva il Caldora per recuperare il “Regno delle Due Sicilie” alla Regina Giovanna II, e proprio in Campo di Giove ridusse a obbedienza l’Abruzzo. Movendo per le Marche ed entrato nella Valle del Pescara, passò per la Valle peligna disertandola; minacciò Sulmona, obbligandola a tenere i suoi magistrati le sue guardie in nome della Regina; assediò Pacentro che si arrese, e, per le aspre vie della Maiella, corse su Campo di Giove, Terra del Caldora, che invano si difese, e la bruciò. Trascinò poi i suoi gravi squadroni per vie dirette fino a Castel di Sangro, discendendo in Terra di Lavoro (19). Quando Giacomo Caldora morì (25 nov. 1443), erano i Cantelmo che possedevano Campo di Giove. Onofrio Gaspare Cantelmo, oltre il Contado di Popoli, possedeva anche le terre di forca (Furcae Pelignorum), il Pesco (Pescocostanzo), Pacentro e Campo di Giove che poi tornerà ai Caldora (Antonio) fino al 1463. Ma in tale anno egli perse tutti i suoi feudi quando si ribellò a Ferdinando I succeduto ad Alfonso, per seguire Giovanni Duca d’Angiò venuto in Francia per riconquistare il Regno. Tutti i feudi del Caldora furono devoluti al Re. Quindi Campo di Giove fu di dominio reale dal 1463 al 1479, e durante gli anni della reggenza viene governato dal Magnificus Miles Valentino Claver, Ripostiere del Re. Anzi le Univerisità di Campo di Giove e Pacentro a lui demandano, nel 1473, la pose delle pietre confinarie fra le due Terre, di cui egli era egualmente Signore (20). LA GIRANDOLA DEI FEUDATARI Finita dunque la contesa Canelmo – Caldora, Ferdinando I vende Campo di Giove e Cansano a Vico Nicola di Procida (1479-1482) per 1500 ducati, ma dopo la morte di questi (1482), il figliolo Gianfrancesco vende nello stesso anno i due Feudi ai conti Belprato “cum omnibus juribus… pronut Nicolaus eius pater emerat”. La famiglia Belprato possiede Campo di Giove per 149 anni, fino al 1631, ma ormai l’epoca feudale eroica era tramontata. Feudatari de jure, son de facto possidenti terrieri, i Baroni e la Chiesa. E’ questa l’epoca in cui compaiono anche i Ricciardi in Campo di Giove. Un Donato Ricciardi sposa il 29 luglio 1617, celebratis tribus canonicis publicationibus, una Beatrice Cocco (21).

I vari Signori

Ecco in breve la genealogia dei Belprato: Gianvincenzo (+1505) Gianmberardino Gianvincenzo II Berardino. Nel 1555 si celebrò il matrimonio tra Berardino, figlio di Gianvincenzo II e Virginia Orsini, figlia di Latino figlio di Mario (1483), Conte di Pacentro. Carlo (1515) Virginia (+1631)(22). Nel 1631, con la morte di Virginia Belprato (la cui nonna era stata Virginia Orsini), finisce la “dinastia” (1482-1631) (23), e Campo di Giove passa ai Di Capua, principi di Roccaromana, fino al 1715 in linea diretta , e poi in linea indiretta, ai Di Capua – Del Blazo fino al 1697, e ai Pignatelli fino al 1715 (24). Nel 1715 Campo di Giove fu ancora una volta venduto a Donna Cecilia Spinelli, e per essa a suo padre il Principe di Scalea Don Francesco M. Spinelli che però se ne disfa subito. Prosegue così la girandola dei possessori di Campo di Giove. I Feudatari dell’ultima Feudalità vendono e comprano le “anime” come nelle fiere si contrattano le bestie. I principi Spinelli, il 30 gennaio 1715 (25) vendono senza ricompra lo Stato (26) cui appartiene il “feudo” di Campo di Giove, a don Francesco Recupito di Napoli (il Recupito aveva già acquistato nel 1712 lo “Stato” di Pacentro). Da Don Francesco Recupito (+30 novembre 1727) Campo di Giove passa al figlio don Donato (+18 agosto 1735). Fu durante la signoria di don Donato che Sciarra Colonna percorre l’Abruzzo (a. 1729). Don Donato, morendo, lascia la moglie donna Maddalena d’Afflitto “madre balia e tutrice” di don Pasquale Recupito, marchese di Raiano e dello “Stato” d’Anversa (Anversa, Villalago, Cansano e Campo di Giove). In quest’epoca, e precisamente nel 1755, v’è copia di un documento (27), con cui si ricorre contro l’usanza popolare comune ai cittadini di Cansano e Campo di Giove, di celebrare con pubblici schiamazzi la Pasqua di Resurrezione. Nel 1756 Campo di Giove dipendeva da Introdacqua come Tribunale di Giustizia. (Detti tribunali poi cessarono nel 1810, perchè i francesi li sostituirono con i loro Giudicati Mandamentali, cambiati nel 1861 con le Preture, Campo di Giove, sia come Giudicato (1810) che come Pretura (1861), dipese da Sulmona. A don Pasquale (+29 agosto 1766) succede il figlio don Salvatore (28). A d. Salvatore succede la di lui consorte donna Saveria Recupito Marchesa di Raiano, Contessa della Saponara. Fu lei che sostenne gli ultimi diritti baronali nel 1808, davanti alla Commissione Feudale, per la Colta di S. Maria, la Portolania e la Bagliva, che furono dichiarati estinti in virtù dei Decreti 2 giugno – 1 settembre 1806 di Giuseppe Napoleone che aboliva definitivamente la Feudalità.

L’inizio dell’età contemporanea

La Feudalità cade nel 1806, ed è come scrollata, ormai anacronistica, dal tessuto vivo della vita nazionale. Nuovi concetti politici e sociali battono alle porte della società. Due mondi diversi ed opposti: il mondo che finisce s’è logorato su queste parole: “immunità” “privilegio” “vassallaggio”, che il mondo nuovo invece spazza via con altre tre parole: “libertà” “uguaglianza” “fraternità” Giuseppe Bonaparte che il 2 di giugno 1806 decreta l’abolizione della feudalità, il 1 settembre successivo ordina la divisione delle proprietà feudali in tre parti: al demanio comunale, all’ex feudatario e agli ex vassalli. Le famiglie storiche di Campo di Giove rivelano la loro onestà civica, cosa rarissima, proprio nella divisione del feudo. Infatti tutta la zona prativa che circonda l’abitato (meno il breve “pezzo” del demanio ecclesiastico, al cui centro è la chiesa di S. Eustachio) viene assegnata al demanio comunale. Il motivo è evidente. Essendovi in paese una solida industri armentizia, tutti avevano interesse a conservare intatto il patrimonio prativo*. *da: “Campo di Giove – GUIDA STORICA ARTISTICA” – di VIRGILIO ORSINI – tipografia labor sulmona- PROPRIETA’ LETTERARIA RISERVATA.

Primiano Marcucci

Primiano Marcucci, brigante di primo catalogo.
Già nel 1864 pendeva sul capo di Primiano una taglia di 1000 ducati, pari a 4250 lire, a beneficio di chiunque ne procurasse “l’arresto o lo prendesse combattendo. Avrà diritto ugualmente a detto premio l’individuo che riuscirà a catturarlo o ucciderlo , sebbene sia egli stesso prevenuto di delitto di brigantaggio”. Le memorie popolari riferiscono che Vincenzo Ricciardi,

contrariato per una storia d’amore che Primiano intratteneva con Giovannella, una donna di Palena, avesse intimato al giovane di lasciarla per unirsi ad una ragazza di Campo di Giove. Ma Primiano non volle sapere di cedere al ricatto del suo padrone, che lo malmenò in pubblico. Divenne brigante, unendosi ad alcune bande che operavano sulla Maiella e dintorni. Presto ne divenne il capo indiscusso. Ma fu più forte il desiderio di vendetta verso il suo padrone, Vincenzo Ricciardi. Scaraventò tutto il bestiame che custodiva verso un dirupo della Majella, il Pesce di Baccalà, provocando una vera e propria ecatombe; fece ancor più scalpore l’assalto condotto verso il Palazzo Ricciardi ( oggi sede del Municipio di Campo di Giove) alla testa di una sessantina di briganti, tra cui i famosi Ermenegildo Bucci e Nunzio Tamburrini, che ebbero la peggio sotto il fuoco di fila dei membri della famiglia Ricciardi e dei suoi inservienti. E’ probabile che i briganti cercassero un lauto bottino per finanziare la propria fuga in America.

Da Giovannella ebbe un figlio che la donna di Palena non poteva assolutamente accudire. “ Lo farò crescere da un pastore mio amico, diventerà brigante anche lui”. Ma la vita del piccolo fu breve. Il pastore, nel timore che le guardie scoprissero il suo legame con i briganti, lo uccise. Scoperto li grave affronto, Primiano fece affogare l’infedele massaro nel caldaio in cui bolliva del latte per la lavorazione del formaggio. Nonostante le frequenti grassazioni, i sequestri di persona, i ricatti ai danni dei signorotti locali, gli omicidi, le genti di quei luoghi amavano i briganti, e ne appoggiavano la lotta. Spesso Primiano, mandava danaro alle famiglie in difficoltà del paese, soprattutto quelle che avevano a carico degli uomini malati, ormai inadatti al lavoro. Il diritto alla pensione era ancora una chimera. Primiano Marcucci fu catturato nella campagna romana nel 1864. Per una serie imprecisata di omicidi (almeno un centinaio, narrano le memorie popolari), fu condannato a morte, pena commutata in ergastolo. Fece ritorno a Campo di Giove nel 1911, dopo 47 anni di prigionia. Morì nel 1918, in un ricovero per anziani a L’Aquila, abbandonato dai suoi familiari.

La redazione ringrazia sentitamente Vincenzo PERTA, autore di questo articolo, per la disponibilità e l’impegno mostrati.

Campo di Giove durante la Seconda Guerra Mondiale

Numerosi episodi testimoniano l’accesa resistenza dei campogiovesi contro i soprusi e le violenze del fascismo e del nazismo. Essa è stata al centro dei primi moti della resistenza abruzzese e, nei primissimi tempi, il quartiere generale di una organizzazione partigiana piuttosto importante. Gli avvenimenti essenziali: 10.09.1943 Le truppe di occupazione tedesche occupano Roma.

14.09.1943 Giungono a Campo di Giove i primi tre prigionieri alleati fuggiti dal Campo di Concentramento di Fonte d’Amore (Sulmona).

26.09.1943 Terribile bombardamento e mitragliamento alleato contro Sulmona.

10.10.1943 Camions tedeschi provenienti da Caramanico, carichi di soldati, attraversano Campo di Giove e si dirigono verso Sulmona.

12.10.1943 Gli uomini locali si rifugiano in montagna per evitare rastrellamenti, mentre alcune pattuglie di tedeschi fanno una ricognizione nell’abitato seminando panico nella popolazione.

13.10.1943 Arrivano le prime pattuglie motorizzate e verso le 22,00 circa precipita sulla Maiella un aereo alleato.

15.10.1943 Sulla strada tra Cansano e Campo di Giove, partigiani locali ed ex prigionieri tendono una imboscata a due camions tedeschi.

16.10.1943 Irruzione tedesca nelle case di Campo di Giove per ricercare gli ex prigionieri.

17.10.1943 Alle ore 4 del mattino, le SS tedesche assediano il paese, tutta la popolazione viene minacciata di morte se non verranno rivelati i nascondigli degli ex prigionieri, rastrellamento e caccia all’uomo. Don Virgilio Orsini, parroco di Campo di Giove viene messo davanti al plotone di esecuzione, ma non si sparerà su di lui.

18.10.1943 Su Monte Coccia avviene un terribile scontro a fuoco tra tedeschi e partigiani, muoiono un tedesco ed il S.Ten. Ettore De Corti e rimane ferito il Cap. G. Gancini.

19.10.1943 Campo di Giove viene occupato da un battaglione di paracadutisti tedeschi. Viene disposto il coprifuoco ed emanati severi divieti.

20.10.1943 Massiccio rastrellamento, deportazione degli uomini, perquisizione delle abitazioni da parte dei tedeschi. Viene nuovamente interrogato e minacciato di morte il podestà.

21.10.1943 Tornano in paese le S.S., vengono rastrellati gli uomini e messi davanti il plotone di esecuzione, il podestà viene arrestato e richiuso in un cellulare per essere fucilato, don Virgilio – il parroco – viene nuovamente interrogato. Ma non ci sono prove di colpevolezza: quindi tutti a casa. Viene però diffusa la notizia che il paese sarà dato alle fiamme, ma poi arrivano contrordini da Sulmona.

27/28.10.1943 Giungono altri paracadutisti tedeschi. Cade la prima neve sulla Maiella.

07.11.1943 Viene ufficialmente comunicato che il paese deve essere sfollato dai civili: i profughi immediatamente, mentre i vecchi e i malati il 9, tutti gli altri il 10. Podestà e parroco si battono inutilmente per la revoca dell’ordine, ottengono solo la proroga di 1 giorno, per l’evacuazione del paese.

08.11.1943 La famiglia di Maria Di Marzio rischia di essere fucilata al completo.

11.11.1943 Si verifica lo sfollamento della popolazione da Campo di Giove.

21.11.1943 Il feldmaresciallo Kesserling viene nominato comandante supremo per il fronte italiano

02.12.1943 Gli alleati raggiungono la Linea Gustav. Su Montecassino l’artiglieria alleata effettua il più intenso cocentramento di fuoco verificatosi, fino a quel momento, nella campagna d’Italia. Il feldmaresciallo Kesserling rafforza la difesa del settore adriatico con la 90^ Panzer Grenadier e del massiccio della Maiella con due battaglioni d’alta montagna.

06.01.1944 Un aereo alleato colpito esegue un atterraggio di fortuna sul Piano del Cerrèto, territorio di Cansano. Nino Verna e Anselmo Santilli si recano sul posto. Il pilota fortunatamente è salvo.

gennaio Prima battaglia di Cassino.

febbraio Seconda battaglia di Cassino. Il Monastero viene raso al suolo. Militari e borghesi di Campo di Giov, Sulmona, dintorni e altre parti d’Italia cominciano a passare le linee.

marzo Terza battaglia di Cassino. La città viene ridotta ad un cumulo di macerie. Continua l’afflusso di gente che varca le linee.

25.03.1944 Il paesano Eustachio Del Mastro, italo-americano, identifica in casa Verna tre giovani sospetti, presentatisi per passare le linee. Risultano inglesi e vengono aiutati.

12.05.1944 Quarta battaglia di Cassino. La 5^ e l’8^ Armata alleate iniziano l’offensiva sulla linea Gustav.

17.05.1944 Il feldmaresciallo Kesserling ordina l’evacuazione di Cassino.

18.05.1944 Cade la resistenza tedesca di Cassino. La linea Gustav è definitivamente sfondata.

maggio/giugno La linea di fuoco del fronte passa sulle creste della Maiella. 04.06.1944 Gli alleati occupano Roma.

07.06.1944 Campo di Giove assiste al continuo passaggio di truppe tedesche in ritirata, verso Caramanico.

08.06.1944 In paese non vi sono più tedeschi. Alcuni paesano si recano su “Coccia” ed espongono un lenzuolo a mò di bandiera bianca per segnalare via libera agli Alleati provenienti dal versante Est della Maiella.

08/09.06.1944 Campo di Giove viene occupato dagli Alleati, accolti a suono di campane. Gli sfollati rientrano nelle loro case.
La redazione ringrazia sentitamente il dott. Mauro D’AMICO, autore del libro

“Campo di Giove -I 38 Paesi del Parco Nazionale della Maiella” (pagg. 96-102) dal quale è stato tratto questo articolo.