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Domenica di Risurrezione

25 marzo 2010
Di seguito troverete un brano tratto dal libro di Vittorio Messori "Dicono che è risorto" (SEI, 1998, 294-295), brano che contiene una serie di riflessioni che lo scrittore fa sull'evento pasquale e che mi sono parse di assoluto valore e attualità. Lo scritto costituì un articolo pubblicato sul Corriere della Sera (Pasqua 1998). Colgo l'occasione per augurarvi una vera e felice Pasqua di Risurrezione.


C'è uno spiritual song dei neri d'America, dove le voci esplodono in un grido ripetuto all'ossessione, tra il clangore di strumenti a fiato e a percussione: "My God, what a morning!", mio Dio, che mattino! E' la gioia dell'alba di Pasqua. Una gioia comparabile a quella dei popoli slavi che, nello stesso mattino, si precipitavano per le strade abbracciando i passanti: "Cristo è risorto!". E tutti in coro a rispondere: "Sì, è davvero risorto!". Più contenuta e austera nei suoi riti gregoriani - ma altrettanto intensa - la gioia della grande, antica liturgia latina. Quella archiviata da volenterosi teorici, illusi di rincorrere il loro mitico "uomo d'oggi" togliendoli la bellezza e soffocando le voci solenni che sembravano giungere sino a noi dalla profondità della storia. Contribuendo, così, e potentemente, a rendere più densa l'annoiata routine che contrassegna ormai le nostre Pasque sbiadite. Ma le generazioni ecclesiali, con i loro errori (pur in ottima fede), passano. La Chiesa - parola stessa proprio di Colui che è oggi risorto - la Chiesa, resta. Resta custode, malgrado tutto, di quel vangelo che è tale proprio perché, come l'etimologia spiega, è la "Buona Notizia".

E' Buona Notizia, certo, per molti, straordinari motivi, alcuni dei quali enumeravamo ieri, chiedendoci - davanti al sepolcro ancora sigillato - che cosa avremmo perso se una forza misteriosa non l'avesse spalancato. Ma il vangelo è eu-anghélion, è "il Messaggio Buono" per eccellenza, è quello che riempie di gioia chi ne accetta la verità, per una ragione da cui tutte le altre derivano. Se, infatti, davvero quell'Uomo ha vinto la morte, non è per Sé: è per noi. E' per aprire a noi tutti la strada verso un'eternità felice: "Vado a prepararvi un posto", disse al congedo, durante la Cena del giovedì. Ha vinto la morte per permettere a noi di vincere l'angoscia di quella "passione inutile" che è la breve vita terrena, spalancando prospettive di infinito là dove ogni strada sembrava chiusa dal muro nero di una fine definitiva e ineluttabile. Questa, soprattutto, la gioia di Pasqua. Questo ciò che nutriva la musica struggente degli afroamericani, che spingeva i cristiani ad abbracciarsi nelle strade, tra sconosciuti, un mattino di primavera.

Certo, sappiamo bene: in molte delle omelie alle messe di oggi, capiterà di dovere ascoltare la lettura moralistica o sociologica del vangelo, letture così consuete oggi. Gesù come una sorta di Socrate ebreo, come maestro di etica, come agitatore sociale, magari come formulatore di buoni consigli per il cittadino politicamente corretto. Se lo sbadiglio ci insidierà, freniamolo. E reagiamo a quel sale insipido, pensando che c'è una gioia sconvolgente da riscoprire, quella che ha invaso generazioni di credenti, a partire da quella che visse nel lontano (eppure, sempre attuale) mattino di Gerusalemme. Ma sì, è davvero Pasqua: gli echi delle campane a festa possono e debbono risuonarci nel cuore, non perché si commemori un saggio che ha parlato bene. Ma perché "l'Uomo dei dolori" profetizzato da Isaia e appeso a una croce solo tre giorni fa, ha mostrato, risorgendo stamane, di essere Dio venuto "a portarci la vita; e a portarcela in abbondanza".

Vittorio Messori

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