Campo di Giove a ridosso dell’8 settembre 1943

CAMPO DI GIOVE – Oggi a Sulmona, il Sottosegretario alla Difesa Roberta Pinotti sarà in città per omaggiare e ricordare i protagonisti delle vicende iniziate l’8 settembre 1943 che videro i paesi dell’Abruzzo a ridosso della linea Gustav, protagonisti di azioni solidali nei confronti di quanti, soprattutto ex prigionieri del Campo n.78 di Fonte d’Amore, cercavano di raggiungere gli Alleati stanziati a Sud della Maiella.

Il 12 agosto scorso, anche nel nostro paese si è svolto un incontro pubblico con il duplice intento di contribuire alla memoria storica locale e avviare un percorso formale al fine di ottenere un riconoscimento ufficiale al Comune di Campo di Giove per l’apporto fornito alla causa di Liberazione. 

A tal proposito, di seguito troverete la testimonianza della signora Liliana D’Attilio all’epoca giovane ragazza che, suo malgrado, si trovò a vivere giorni drammatici proprio a Campo di Giove. 

La lettera, ben si accorda con quanto scritto e raccontato dal prof. Italo De Vincentiis che l’ha letta proprio durante l’incontro pubblico (come si può vedere dal video realizzato per l’occasione dal dott. Francesco Cappa che ringrazio).

Brilla una stella sulla Maiella
        
         Brilla una stella sulla Maiella, era questo lo slogan che dovevano pronunciare i profughi che fuggivano dai tedeschi, una volta raggiunto il fronte di liberazione, che si era attestato al di là della Maiella, sugli avamposti di Casoli e Palena. Radio Londra, con la sua voce metallica, così scandiva il lieto fine dell’avventura pazzesca affrontata dai nostri uomini…

Era l’inverno del 1943.

         Chi scrive è Liliana D’Attilio (oggi vedova Iarussi) che all’epoca aveva 16 anni, figlia del medico condotto di Roccaraso, Dr. Michelangelo D’Attilio.
         Nei primi giorni di Novembre, il mio paese fu evacuato in 48 ore, su comando tedesco. Tutti gli abitanti (800 persone) fummo deportati con i camion militari tedeschi fino a Sulmona e alloggiati in una caserma militare, Campo di Concentramento n. 1. L’indomani saremmo partiti con i treni diretti al Nord o forse in Germania.
         La notte mio padre riuscì a convincere un soldato polacco di guardia, era un medico. Ci lasciò scappare in 15, oltre la mia famiglia, fummo ospitati in casa di amici a Sulmona, per molti mesi.
In pochi giorni furono evacuati tutti gli altri paesi pedemontani della Maiella compreso Campo di Giove, considerati di prima linea. Le case furono fatte saltare col tritolo e divennero le piazzuole per i cannoni puntati verso la valle del Sangro, da dove mai  sarebbero saliti gli Inglesi.
La nostra vita di sfollati, così ci chiamavano, cominciò a diventare dura.

         Dopo tanti mesi senza risorse economiche mia madre comprò un sacco di 50 Kg di farina in cambio del suo anello di brillanti. In casa  con noi era arrivato mio zio, clandestino, ricercato perché ufficiale maggiore dell’esercito, scappato dalla guerra di Grecia. Era il fratello di mia madre, un valido avvocato penalista napoletano che non riusciva ad avere notizie della moglie e del bambino lasciati a casa, a Napoli sotto i  bombardamenti.
         Così tra mio padre e mio zio e tanti amici, maturò il disegno di passare il fronte: Campo di Giove con il suo Guado di Coccia era una porta aperta anche se non sicura. Dopo il Guado di Coccia, c’era “Femmina morta”, la pancia della Maiella, lunga ed impervia piena di neve e di bufera, dove non c’erano neppure i lupi.
         Cominciarono così i preparativi e tutto fu stabilito.
         Io nel frattempo avevo rivisto a Sulmona delle compagne di scuola tra le quali Wanda De Vincentis e le sorelle Bianca e Italia con il fratello Italo e conobbi la loro mamma Donna Letizia.
         Italo de Vincentis aveva solo 17 anni, ma era già un ragazzo forte, molto intelligente e volitivo, in più tanto coraggioso e maturo nel carattere. Ero diventata di casa, ci accomunava la consapevolezza di essere vittime di una stessa sorte; la mia casa di Roccaraso bellissima, ricca, un antico palazzo baronale, era saltata in aria per fare posto ad una piazzola di cannoni; la loro casa di Campo di Giove era diventata il presidio del commando tedesco. Italo in precedenza era stato preso dai tedeschi in un rastrellamento e portato a Pescocostanzo; in un paio di mesi, a contatto con questi tedeschi, aveva imparato la lingua e riusciva a comunicare cosi bene con i soldati, che fu trasferito, in qualità d’interprete, al comando di Campo di Giove, quindi a casa sua. La sua presenza era preziosa al gruppo dei profughi perché poteva orientarli a realizzare il piano preparato e studiato.
         Una mattina mio padre mi disse: oggi andiamo a Campo di Giove e vieni anche tu con Wanda. Rimasi un po’ perplessa, mio padre mi sembrò categorico; non chiesi nulla ma non capivo nulla. Nel pomeriggio il tempo si era fatto minaccioso, la Maiella era scura a Campo di Giove c’era aria di neve.
          
          I tedeschi erano tutti in paese intorno e dentro la casa De Vincentis.

Nella sala da pranzo a piano terra troneggiava una grande stufa accesa e noi infreddolite sedute accanto. Italo era agitato, parlava con i tedeschi, forse doveva giustificare la nostra presenza lì. “Si doveva dire che eravamo andati a prendere della roba da riportare a Sulmona”, questa era la versione dei fatti. Mio padre, mio zio Giovanni e gli altri erano spariti tutti. Ma dove erano? Erano nascosti, chiusi a chiave in camera da letto di Italo, nella casa del comando tedesco. Inoltre nella camera a fianco, dormiva il comandante del presidio. Italo coordinava le operazioni; i tedeschi ci guardavano, forse anche cominciando a sospettare di noi.
         Italo molto indaffarato continuava ad entrare ed uscire nel giardino; notai però che aveva cambiato gli scarponi da neve pesanti, ma era evidente che aspettasse qualcuno. Era Cataldo, era lui la guida; mi chiamò nello stanzino vicino alla scala e lì c’era mio padre che mi dette un bacio e mi spiegò che sarebbe tornato presto a prenderci. In quel momento capii tutto, era inutile piangere, parlare, spaventarsi, dovevo stare zitta fare la brava.
        
         Anche Italo ci guardò e poi sparì e poi più nulla. Era quello il momento giusto: per primo mio padre, poi mio zio e gli altri: uno alla volta, saltarono giù dalla finestra della camera di Italo; nel vicoletto sottostante c’erano due metri di neve, il salto fu facile, morbido e silenzioso.
 Rimanemmo accanto alla stufa accesa tutta la notte, i tedeschi facevano la ronda intorno alla casa, sospettosi ed attenti. A notte fonda  io e Wanda ci guardavamo terrorizzate senza parlare; ormai si era alzato anche il vento e gli abeti si piegavano nell’ululato sinistro della tormenta, ormai nevicava forte. Erano andati, erano partiti, noi zitte e senza dormire una notte da incubo!!! Le ore passavano nella paura, eravamo sole nelle mani dei tedeschi che senz’altro avevano capito.
         Alle prime luci dell’alba sussultammo per un improvviso trambusto nel giardino: la porta si apri e comparve Italo stremato e pieno di neve e dietro di lui mio padre, pallido e sfinito. Erano tornati indietro, non ce l’avevano fatta, mio padre stava male. “La Maiella madre li aveva traditi”; il freddo, la neve alta, la bufera li avevano disorientati e ricacciati a valle, sfiniti.
         Mio zio Giovanni ed altri del gruppo, continuarono la marcia, non si piegarono, la disperazione li spinse ad osare fino all’ estremo e raggiunsero Casoli insieme alla guida.
         La sera a Sulmona, alle ore 20.00, sentimmo Radio Londra, con la sua voce gracchiante, che ripeté tre volte: “Brilla una stella sulla Maiella”. Era il messaggio, erano arrivati vivi, erano salvi in mano agli inglesi!


In fede, questa è la mia testimonianza
Liliana D’Attilio


Pescara, 18/07/2013