La ferrovia

Con sempre rinnovato piacere, di seguito pubblico una nuova lettera inviatami dal Prof. Italo De Vincentiis, questa volta la sua testimonianza riguarda alcuni momenti della sua fanciullezza quando, accompagnando suo padre medico, si servivano della ferrovia per raggiungere i malati nonostante i forti disagi creati dalla neve… Buona lettura!





di Italo De Vincentiis

Chiamato di giorno e di notte, ricordo ancora quando mio padre tornava all’alba nelle nevose notti invernali, avvolto nel mantello a ruota di feltro blu, con il cappello calato sulle orecchie ed i ghiaccioli pendenti dai baffi.
Non aveva pace: lo chiamavano anche da Cansano, un paese vicino, dove si recava a piedi o a dorso di mulo, spesso c’era da assistere i dipendenti della ferrovia. 
La strada ferrata è stata costruita nel 1895 e fa parte del tronco Pescara – Napoli, corre lungo le falde della Maiella fra pinete e gallerie raggiungendo quasi 1.300 metri di altezza presso la stazione Rivisondoli – Pescocostanzo, ancora oggi la più alta d’Italia.
Il mantenimento della funzionalità di questo tratto era difficile ed oneroso. D’inverno la neve, che raggiungeva i due ed anche i tre metri d’altezza, copriva completamente le rotaie ed i treni a vapore non riuscivano a procedere oltre. 
Per la manutenzione della linea ferroviaria erano stati costruiti alcuni caselli (quasi ogni Km) in ognuno dei quali viveva un’intera famiglia che d’inverno restava completamente isolata. 
Solo in caso di assoluta necessità i casellanti erano autorizzati a fermare il treno. Capitava però che in pieno inverno un bambino si ammalasse, o una donna avesse problemi ginecologici, allora il capofamiglia si sentiva autorizzato a piantarsi in mezzo al binario, fra due montagne di neve, con in mano un lume dai vetri rossi col quale avvisava il macchinista di fermarsi. 
Salito sul treno raggiungeva la stazione più vicina e da lì chiamava il medico di reparto del tronco ferroviario Cansano – Campo di Giove – Palena che in ogni stagione e con ogni tempo si precipitava alla stazione dove lo attendeva “il carrello”, un aggeggio particolare costituito da quattro assi di legno inchiodate su quattro ruote ferrate con una manovella che regolava il freno, come quelle che spesso si vedono nei film western. Il carrello veniva agganciato all’ultimo vagone e, quando il treno andava in salita, veniva sganciato davanti al casello ferroviario. 
Mio padre scendeva riparato dalla immancabile mantella a ruota, insieme al casellante venuto a chiamarlo e che fungeva da manovratore. Il carrello restava sulle rotaie fino a che la visita non era terminata, ripartiva allentando semplicemente il freno.
Una volta convinsi mio padre a portarmi con lui, mi coprii molto bene e mi sdraiai sulle assi del carrello.  Andavamo in salita, dentro la galleria era un inferno: rumore fortissimo, freddo intenso e il vapore della locomotiva che rendeva l’aria irrespirabile. All’improvviso sentii armeggiare, un rumore di freni ed un fischio della locomotiva fecero rallentare il carrello fino a fermarlo. 
Sul piazzale del casello c’era un uomo che mosse verso di noi con un arnese in mano: era una “scarpa” metallica da porre sotto una ruota del carrello per evitare che, nonostante il freno, si muovesse verso la discesa. Finito il suo intervento mio padre salutò i componenti della famiglia e risalimmo sul carrello. 
Man mano che si scendeva, nonostante l’addetto provvedesse a frenare, mi sembrava di volare fra due trincee di neve, provando anche una gran paura quando si entrava nel buio delle gallerie. 
Ero terrorizzato, ma fu un’esperienza che ripetei più volte.
Spesso la ferrovia era completamente bloccata dalla neve, le due locomotive, una in testa e l’altra in coda al convoglio, non ce la facevano a salire verso gli Altipiani d’Abruzzo. Occorreva spalare la neve a mano, a questo scopo venivano chiamati tutti gli uomini abili del paese, un grosso avvenimento, era infatti per loro l’unico modo per guadagnare un po’ di denaro. 
Lavoravano tutta la notte per permettere il transito dei treni il giorno successivo; il sorvegliante del tronco ferroviario girava per le vie del paese immerso nel più assoluto silenzio, dando fiato ad una specie di corno quale sembrava essere quella specie di tromba che era d’obbligo in tutte le stazioni ferroviarie di montagna. 
Il suono del corno mi raggiungeva a letto e lo ricordo ancora oggi lugubre, continuo, ossessionante. A quel richiamo tutti gli uomini accorrevano armati di pala e forniti di due grosse fette di pane o di “pizza gialla” e di una borraccia di vino. Semisveglio nel letto, sentivo gli uomini che correvano lungo i sentieri aperti sulla nave, con passo ovattato, chiamandosi l’un l’altro quasi sottovoce, ma con un’inflessione gioiosa. 
Spesso si doveva lavorare per una giornata intera e le donne raggiungevano i proprio uomini portando viveri e bevande: vale a dire una minestra calda e altro vino…